In una lunga intervista concessa al Corriere della Sera, Roberto Baggio ha ripercorso alcuni dei momenti più intensi e dolorosi della sua carriera, dal rigore sbagliato nella finale del Mondiale 1994 agli infortuni, passando per il rapporto con la famiglia, la fede e il calcio italiano di oggi.
Il ricordo della finale persa contro il Brasile resta ancora una ferita aperta:
«Mi sentii in colpa con tutti gli italiani. Volevo sparire. Provavo una vergogna infinita».
Un’immagine che continua a tornare nei suoi pensieri:
«A volte ci penso da sveglio, nel letto, quando non riesco a prendere sonno. Immagino di segnare. E mi addormento».
Baggio ha poi parlato del buddismo, definendolo un punto fondamentale della propria vita:
«È stato il mio rifugio. Mi ha dato forza quando ne avevo più bisogno e il coraggio di non mollare mai».
Molto toccante anche il racconto del primo grave infortunio, che rischiò di compromettere definitivamente la sua carriera. Dopo l’operazione a Saint-Étienne, il dolore fu insopportabile:
«Quando mi svegliai dall’anestesia urlavo per la sofferenza. Dissi a mia madre: “Se mi vuoi bene, uccidimi”».
L’ex numero 10 ha raccontato anche il senso di colpa provato durante il lungo recupero:
«Per mesi non incassai gli assegni dello stipendio della Fiorentina. Mi vergognavo di guadagnare senza poter lavorare».
Spazio poi ai ricordi più personali, dal legame con la moglie Andreina — conosciuta da bambino — fino al traumatico trasferimento dalla Fiorentina alla Juventus:
«Firenze si ribellò. Piangevo come un bambino».
Nel corso dell’intervista Baggio ha parlato anche del rapporto complicato con Marcello Lippi ai tempi dell’Inter e delle sensazioni vissute durante il Mondiale americano con Arrigo Sacchi commissario tecnico.
Non sono mancati i ricordi dedicati a Ronaldo Nazário, a Diego Armando Maradona e al rapporto con Alessandro Del Piero, con cui parlava spesso in dialetto veneto negli spogliatoi.
Infine, una riflessione sul momento difficile del calcio italiano dopo l’ennesima esclusione dal Mondiale:
«I bambini non giocano più per strada. E in Serie A ci sono pochi italiani. Il talento c’è ancora, ma va cercato, protetto e valorizzato».
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